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Le carte decorative Remondini sono create attingendo dalla vasta raccolta di originali silografici dell’antica stamperia Remondini attiva in Bassano dal 1657 al 1861, conservata nell’archivio privato della famiglia “Raccolta Remondini -Tassotti” ed esposto al pubblico dal 1992 in Carteria Tassotti.
I Remondini e le loro cartiere
Sulle tracce della Serenissima nel Vicentino

Siamo a Bassano verso la metà del ‘600 quando i Remondini si trasferirono qui da Padova, e dove Giovanni Antonio Remondini, poco più che ventenne, prese casa nella piazza principale di Bassano1, ora piazza Libertà, centro commerciale della città e da dove parte la via Portici lunghi cha porta direttamente al porto fluviale sulla Brenta. La loro attività principale era il commercio di lane. Presto aggiunse alle sue merci anche le xilografie di santi e soggetti popolari, che i contadini acquistavano a protezione delle loro case, delle stalle e delle cantine.
Vedendo una possibilità di guadagno, i Remondini acquistarono dal Crivellari un torchio xilografico e le matrici lignee con intagliate le immagini agiografiche e fu così che nel 1657 sorse quella che in seguito divenne una delle più importanti officine tipografiche d’Europa.
A questi soggetti aggiunsero poi quelli ludici, come il giro dell’oca o i soldatini di carta, e libretti di storie per soddisfare i gusti della loro clientela popolare. Iniziarono a produrre anche carta da parati e piccole stampe da incollare sui mobili, per ottenere l’effetto delle tipiche decorazioni settecentesche veneziane e nel 1738 ottennero da Venezia il privilegio esclusivo di libera commercializzazione esente da dazi, delle proprie stampe religiose su tutto il territorio della Repubblica.
Grazie alle relazioni che Giovanni Antonio intrecciò con i venditori ambulanti delle vallate del Tesino e gli sloveni veneti di Cividale del Friuli, prese avvio lo smercio delle stampe in tutta Europa e successivamente fino nelle Americhe.
Nel 1711, alla morte del fondatore, dopo innumerevoli controversie sull’eredità il figlio Giuseppe prese in carico l’attività tipografica e diede un ulteriore sviluppo acquistando e prendendo in affitto diverse cartiere: nel 1735 venne affittata la grande cartiera Tiepolo (acquistata nel 1776) e nel 1738 quella di Lorenzo Cappello, ambedue ad Oliero e nel 1739 fu affittata la cartiera Aronzio a Campese. Anche la cartiera situata a Cogollo presso Arsiero fu affittata al Remondini che vi rinunciò nel 1746. Un’altra cartiera era situata a Vas, nel trevigiano. Tra il 1735 e il 1739 Giuseppe Remondini entrò in possesso delle due cartiere di Oliero e di quella di Vas, che da allora funzionarono esclusivamente
per rifornire la carta alla sua stamperia bassanese, dove nel frattempo aveva istituito una scuola di intaglio e incisione all’interno della stamperia.

La ditta restò fiorente fino all’epoca napoleonica: all’inizio dell’Ottocento la stamperia dei Remondini contava 18 torchi per impressioni tipografiche e xilografiche, 24 per incisioni in rame, attrezzature per la stampa di carte speciali e le carte da parati, 4 cartiere e una fonderia per i caratteri in piombo, che davano lavoro ad oltre 1.000 operai in una città che non raggiungeva gli 8000 abitanti. Nel 1840 la produzione era ancora notevole, ma già si accumulava l’invenduto. Nel 1848 cominciò il tracollo e nel 1861 l’azienda chiuse i battenti dopo quasi due secoli di attività.
Le cartiere di Oliero
Sulle tracce della Serenissima nel Vicentino
Le cartiere sorgevano tutte lungo i corsi d’acqua, poiché la loro produttività era legata alla regolarità della portata e alla qualità delle loro acque. Quelle che interessarono i Remondini erano lungo il corso della Rea a Campese, del Fium a Vas e dell’Oliero presso Valstagna.
Lungo la riva destra del fiume Oliero, dove precedentemente sorgeva una segheria, agli inizi del ‘700 troviamo una cartiera e un filatoio dalla famiglia veneziana dei Tiepolo. Nel 1735 Giuseppe Remondini prese in affitto la cartiera per aumentare l’approvvigionamento di materia prima necessaria alla sua stamperia e nel 1766 la acquistò provvedendo così anche all’ammodernamento dei macchinari, sostituendo i vecchi magli con i cilindri olandesi. Questa decisione, che inizialmente rappresentò un grossissimo investimento, si rivelò strategica perché portò ad un maggior rendimento, grazie alla velocità nella triturazione degli stracci da cui si ricavava la carta, dato che in sole 8 ore si otteneva quanto prima ne richiedevano 24 e migliorando allo stesso tempo la qualità dell’impasto ottenuto, molto meno fragile rispetto al precedente.

Nel 1861 la cartiera venne acquistata dai signori Randi di Padova, ma oggi purtroppo di questo edificio vi possiamo solamente raccontare la storia, in quanto non è più visitabile essendo andato distrutto nel corso degli anni.

Sulla riva opposta del fiume Oliero però si trovava un’altra cartiera fondata da Lorenzo Cappello nel 1691, che nel 1738 fu presa in affitto dai Remondini, come quella Tiepolo. Anche in questo caso all’affitto seguì l’acquisto e il rimodernamento con macchinari più efficienti, che richiesero l’impiego di manodopera specializzata trovata assumendo tecnici tedeschi.
Dopo i Remondini, nel 1767 la proprietà passò alla famiglia Parolini, a cui si deve tutt’oggi il nome dell’edificio. Purtroppo il 19 marzo del 1878 ci fu un terrificante incendio, che distrusse anche l’adiacente villa Parolini-Agostinelli; subito dopo, in soli tre mesi, il complesso venne completamente ricostruito, rinnovato e dotato di nuovi macchinari.
La famiglia Parolini possedeva tutta l’area bagnata dal corso dell’Oliero, e quindi il giovane Alberto Parolini ebbe modo di compiervi delle escursioni. Per la copiosità e la costanza dell’acqua che usciva dalla montagna e per la presenza già nota di un paio di grotte, egli ipotizzò una rete idrica sotterranea ricca di altre cavità. Fece alcuni lavori per allargare alcune crepe nella roccia e nel 1822 potè attraversare per primo il laghetto interno del Covol dei Siori. È il Parolini a dare alle Grotte di Oliero i nomi tutt’oggi usati: grotta Parolini al Covol dei Siori, grotta Cecilia di Baone al Covol dei Veci e covol degli assassini, in ricordo della leggenda, e poi grotta delle sorelle in onore delle due figlie: Elisa, colta e studiosissima, moglie dell’alpinista John Ball, ed Antonietta, moglie al nobile Paolo Agostinelli, gelosa custode delle grotte di Oliero e continuatrice delle opere del padre.

Oggi l’ex opificio sulla sinistra dell’Oliero, suddiviso in tre piani, caratterizzato dalle grandi finestre del piano superiore, ospita il Museo delle Cartiere, il Museo di Speleologia e Carsismo ‘Alberto Parolini, oltre ed essere l’accesso per la visita guidata in barca delle famose Grotte di Oliero.

Il Canal di Brenta, luogo di frontiera
Sulle tracce della Serenissima nel Vicentino
Il Canal di Brenta è un luogo suggestivo e pieno di fascino: è un canyon tra l’altopiano dei Sette Comuni e il massiccio del Grappa, entro il quale il fiume Brenta scorre vorticoso incorniciato da ripide pareti che incombono sul fondo valle, frequentemente caratterizzate da terrazzamenti e abitazioni sparse sul ripido pendio montano.
Questa configurazione ne ha fatto prima di tutto un luogo di transito, ma anche un luogo di frontiera, che nella storia ha diviso la pianura veneta dal territorio trentino. Il Covolo di Butistone a Cismon del Grappa è stato a lungo presidio militare e doganale: nel Medioevo fu tenuto dalla Contea Vescovile di Feltre, nel Quattrocento passò alla Repubblica di Venezia che ne mantenne il controllo per circa un secolo per poi diventare, dopo le guerre di Cambrais, un’enclave dell’Impero Asburgico. Via di collegamento in epoca di pace, luogo presidiato in tempo di guerra, ma soprattutto luogo di traffico di merci e anche di contrabbando.
Il fiume come via di transito di beni che la montagna offriva alla pianura era navigato da zattere realizzate con i tronchi, che erano oggetto essi stessi di commercio, legati assieme a formare delle imbarcazioni sulle quali trovavano posto altri tipi di mercanzie, come la lana, il vino o il carbone di legna, ma anche i prodotti caseari dell’Altopiano e utensili in legno. Lo sfruttamento delle risorse interessò dapprima le famiglie di patrizi veneziani, come i Tiepolo, i Cappello o i Contarini, che investirono qui i loro capitali, innescando un processo virtuoso di cui beneficiarono i commercianti della terraferma capaci di cogliere le opportunità che si offrivano.

La famiglia Perli è una di queste e il loro palazzo è oggi sede del Museo Etnografico ‘Canal di Brenta’ a Valstagna. La loro ricchezza crebbe nei secoli di dominazione veneziana tanto che quando Barbara, l’ultima discendente dei Perli si sposò con Gianbattista Remondini, tutte le fortune familiari passarono alla casa dei famosi stampatori che si fecero chiamare Perli-Remondini.

A seguito del declino della Serenissima tutto l’interesse per il legname e i traffici di merci risultati fiorenti fino ad allora, cessarono, lasciando il posto alla monocultura del tabacco, che trovò su questi pendii un terreno fertile fin dalla sua importazione nel Seicento. E, se il Canal di Brenta, è sempre stata una via di traffici commerciali leciti e illeciti, con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia si incrementarono i traffici illeciti e quindi anche i controlli nei confronti dei contrabbandieri. Nel periodo tra 1871 e il 1890 furono emanate leggi molto restrittive e probabilmente per questo nello stesso periodo si contano 3607 processi registrati con nome e cognome dei contrabbandieri, giorno e luogo in cui è stato rilevato il reato, quantità contrabbandata, sentenza e pena inflitta. Sono questi gli anni in cui si impennano anche i dati della migrazione verso l’America, ma anche Francia e Svizzera facendo degli abitanti di questa terra di confine una popolazione di migranti.
Gli zattieri e la fluitazione del legname fino a Venezia
Sulle tracce della Serenissima nel Vicentino

Da sempre gli zattieri più famosi sono quelli di Valstagna, borgo sorto sulle rive del Brenta nel tratto in cui il torrente Frenzela si immette nel fiume e vicino a dove arriva la famosa Calà del Sasso, la via di 4444 scalini costruita per far scendere il legname dall’Altopiano dei Sette Comuni. Insomma qui arrivava gran parte dei fusti tagliati sull’Altopiano e destinati alla vendita in tronchi per la carpenteria o in tavole per altri lavori, e pertanto convogliati ai cantieri o alle segherie, dove erano richiesti. Tra ‘500 e ‘700 Valstagna diventa così la piazza in cui si radunano le merci pronte a solcare le acque del fiume Brenta per arrivare nei mercati delle città più importanti della pianura: Padova dapprima e poi impiegando altre imbarcazioni le merci proseguivano fino a Venezia.
Il trasporto del legname avveniva con fluitazione libera fino ai piedi dei monti, ma poi, in un fiume con una portata importante come la Brenta, il suo trasporto richiedeva una fluitazione legata perché i tronchi non sarebbero più stati governabili se fluttuavano liberi, quindi si riprese l’antica consuetudine di legarli assieme a formare delle zattere.
Le zattere venivano costruite da personale specializzato e addetto a questo scopo. I tronchi, tutti molto simili per diametro e dalla lunghezza di poco più di 4 metri, venivano forati alle estremità e attraverso questi fori venivano fatti passare i polloni di nocciuolo duttili e resistenti che tenevano assieme i tronchi durante il tragitto sul fiume. Ogni zattera era composta da 18 – 20 tronchi e veniva costruita sui piazzali di deposito e poi fatta scivolare in acqua con l’aiuto di uno strumento appuntito e uncinato, detto sapìn.
In realtà le zattere erano formate da più blocchi, da 3 fino a 5, legati assieme e guidati con somma maestria dagli zattieri.
Come per la maggior parte dei mestieri anche gli zattieri erano organizzati in confraternita. Dai registri sappiamo che nel 1640 erano attivi 18 zattieri a Valstagna e 14 a Oliero. Le zattere diventavano inoltre mezzo di trasporto di altre merci che venivano prodotte qui e destinate alla pianura, tra queste il carbone di legna e i formaggi dell’Altopiano, ma anche cuoio, lane e tutto quanto era prodotto in montagna e poteva essere venduto. Attualmente a Valstagna ogni anno si tiene il tradizionale ‘Palio delle Zattere’ dove si sfidano lungo le acque del Fiume Brenta le nove contrade per mantenere vivo il ricordo di queste maestranze. Per questo suo valore storico-culturale, Valstagna ha acquisito il 12 giugno 2005 il titolo internazionale di “Paese delle Zattere”.
Fare lo zattiere era un mestiere pericoloso sia perché la navigazione sul fiume poteva riservare sorprese, ma anche perché una volta consegnato il carico gli zattieri tornavano a piedi portando con loro l’incasso in denaro e potevano essere vittima di briganti, che li attendevano per derubarli, per questo si organizzavano e facevano i trasporti in piccoli gruppi.
